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Il ruggito della cicogna

Sono incinta. Più o meno da quando ho scoperto il significato del termine nella sua versione staccata: 'in cinta', dentro la cinta. Mah.
Sono stata incinta della paura di esserlo, quando ho avute le prime storie potenzialmente serie. Immaginavo il momento in cui, tornata da scuola, avrei dovuto dire ai miei che aspettavo...
'Ma chi?' 
'Eh, ancora non lo so.' Cataclisma. 
Sono incinta del mio essere figlia nei litigi tra i miei. Ogni volta mi sento partorire, o forse abortire, non so. In ogni caso è un gran dolore. Sono incinta del mio stare ancora dai miei e ho la nausea mattutina di chiunque mi chieda il perché. Partorisco pianti a non finire, ognuno in ritardo rispetto al momento previsto. Adotto stili di vita e convinzioni diverse e contraddittorie, che alla fine diventano la mia vita.Continuo a fare e a disfare famiglie immaginarie, a osservare e a non capire la realtà, che per quanto 'stramba e assurda' ci sforziamo di comunicare, a me sembra sempre una noia mortale. Sono incinta di cattiverie altrui, di punti interrogativi, di corretti propositi e di immorali conclusioni. Sono madre e figlia di me stessa e questo è il vero casino.
Poi, da quando mi sono laureata è successo il magi-tragico boom. Un boom che non è ancora finito, anzi, è sempre più rumoroso. Uno strano boom pluriennale. Prima i conoscenti, poi gli amici, poi gli ibridi, hanno cominciato a metter su famiglia, che equivale a sposarsi e fare figli, o a far figli e poi sposarsi, o a fare figli senza sposarsi. È un granello che ha scatenato una valanga che ancora deve terminare; una catena di Sant'Antonio nella quale sono finita per caso in Copia Conoscenza.
Il risultato è che da qualche anno sento profondamente di essere incinta di un enorme asilo nido, di madri che aspettano e di madri che desiderano aspettare. Se la mia percezione del tasso di natalità facesse testo, adesso il mondo sarebbe tutto Cina e la Chicco si mangerebbe allegramente la Apple. Sento che sto diventando una teorica del pre parto, del parto, del post parto. Una zia dell'universo. Una gran palla. E intanto bevo campi di tè verde e ho ripreso a fare le verticali, con la speranza di fermare il tempo, perché il mio parto, ahimé, è ancora improgrammabile. 

''La verità é che ci vuole una ragione speciale per non volere dei figli. Non è una scelta volerli, è una scelta solo il non volerli. Come se la corrente ti portasse automaticamente a farne, di figli. Se non ne vuoi, devi pensare tu alla diga, se no addio, vai dove van tutte: a fondovalle giù per il torrente. Io quella diga non ho saputo farla. 
Però mi viene da pensare ai salmoni. In realtà io penso spesso ai salmoni. Sono pesci speciali, si godono la vita in lungo e in largo per il mare; poi da vecchi, dico da vecchi, si fermano e si chiedono: e poi? Che sarà dopo di noi? Si, secondo me si chiedono questo. Così, prima di morire, pensano a riprodursi: da vecchi, quando proprio non ce la fanno più. Allora prendono il loro destino sulle spalle, tanto che gliene importa? ormai hanno vissuto. Risalgono i fiumi e depositano le uova. Fatto. Poi muoiono. Geniale.'' (Paola Mastrocola - Palline di pane)

Pubblicato il 6/3/2011 alle 20.23 nella rubrica PENSIERI SPETTINATI.

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